Intervista a Chiara Capodici di Leporello Books

Storia della Libreria - Biografia - Identità

Ho deciso di aprire la libreria tre anni fa, nel 2017, dopo aver lavorato tanti anni intorno ai libri fotografici. I libri fotografici fanno parte della mia storia da oltre 15 anni. Da quando lavoravo per il Festival Internazionale di Fotografia di Roma, con il direttore Marco Delogu, il quale nel 2003 aveva fondato la casa editrice Punctum, specializzata in fotografia. Lì ho avuto il mio primo vero contatto con i libri fotografici, che è passato attraverso la fase produttiva e le tipografie.  

Mi ero formata studiando arte contemporanea e l’incontro con la fotografia è stata una vera rivoluzione. Grazie alla fotografia riuscivo ad avere un rapporto più intenso con la realtà, perché mi permetteva di scoprire processi che coinvolgevano la dimensione artistica, artigianale e industriale. Per me questa è la magia del libro. Tenere in equilibrio questi tre universi che consideriamo separati.

Dal 2009 al 2016 ho gestito insieme a Fiorenza Pinna uno studio di progettazione e curatela di libri fotografici, 3/3, con il quale abbiamo progettato libri e organizzato mostre di libri fotografici. Quando abbiamo chiuso 3/3, abbiamo donato tutti i libri che avevamo accumulato in quegli anni di lavoro, circa 2000 volumi, a Officine Fotografiche, per realizzare una biblioteca di libri fotografici accessibile a tutti.

Terminata l’esperienza con 3/3, a me è rimasta la passione per i libri. Gli spazi dedicati al libro fotografico esistenti in Italia, MiCamera a Milano, Oneroom e Officine Fotografiche a Roma, non soddisfacevano il mio interesse, il mio desiderio di ricercare un punto d’intersezione tra la fotografia, il design, la grafica, l’architettura, la saggistica. Continuavo a fare ricerche online, seguivo fiere e festival. Mi interessava il libro d’arte inteso non come libro d’artista, ma come prodotto editoriale che attraversa le arti visive. E così ho deciso di aprire Leporello, e questi interessi, che inizialmente erano in uno stato embrionale, si sono specializzati. In questa libreria c’è molta attenzione al graphic design, a tecniche come la serigrafia, alle produzioni di confine tra editoria ed editoria d’artista, come per i libri di Origini Edizioni. Con Origini stiamo producendo una serie di cinque libri. È una collaborazione che mi ha riportato alle mie pratiche lavorative prima della libreria. Mi piace molto questa dimensione olistica, multidisciplinare dell’approccio all’arte, che è allo stesso tempo concettuale e materiale.

Oltre i libri, in questo spazio ospitiamo anche mostre. Io nasco come curatrice indipendente. Non so cosa significhino oggi queste parole. Sono parole che metto in discussione. Per me significava progettare mostre, dare una dimensione critico-testuale alle opere, avere a che fare con l’artista, con la produzione delle opere, con il loro allestimento nello spazio espositivo. Qui lo faccio in maniera più distaccata, dando spazio ad alcuni artisti, non solo fotografi. Per esempio, la mostra di Michela Palermo, curata da Baco, realtà vivace di Palermo. Michela ha prodotto tutto da sola, fotografie e fanzine. Le fanzine qui hanno trovato anche una dimensione espositiva a parete. Tutte le mostre organizzate a Leporello hanno a che fare con la produzione editoriale.

E cerchiamo anche di fare un poco di formazione e didattica. Proponiamo workshop che vanno dal teorico al ludico. Per me è importante trovare la propria identità, non solo a livello di mercato. Credo fedelmente in questa cosa. Una piccola impresa folle come Leporello funziona solo se ha un’identità molto precisa, che in questo caso è legata al libro, al saper fare. I corsi che abbiamo organizzato fino ad oggi con Foxcraft hanno proprio questo obiettivo, avvicinarsi alla materia di cui sono fatti i libri, da una parte, mentre dall’altra parte c’è bisogno di un lavoro a monte, una riflessione sul progetto fotografico, come nel caso del workshop con Israel Ariño. L’ultimo workshop che abbiamo proposto era dedicato al tema della curatela, una dimensione progettuale che si studia soprattutto all’estero, o, in Italia, in alcuni corsi di formazione superiore, ma che per me rimane spesso uno spazio piuttosto vago. Il workshop è stato condotto da Natasha Christia, curatrice che ha base a Barcellona e che ha una visione progettuale molto precisa.

Per semplificare, diciamo che Leporello è una libreria, o almeno non solo. Non saprei trovare una definizione burocratica migliore, e questo è a volte un problema, la burocrazia vuole tutto incasellato in categorie che spesso non rispecchiamo la realtà, in effetti si tratta di una realtà produttiva di riflessione che parte dal libro per avere a che fare con l’arte visiva a tutto tondo.

Qualche volta la libreria trova vita anche al di fuori dal suo spazio qui al Pigneto. Alla Nuvola abbiamo partecipato alla Fiera della piccola e media editoria, Più libri più liberi. Da tre anni lavoriamo con Arianna Rinaldo e i ragazzi di Cortona on the Move cercando di selezionare dei temi e di proporre libri come oggetti d’arte così da farli apprezzare in quanto tali e non solo come merce da vendere. Quest’anno abbiamo deciso di fare una selezione di libri con tema la montagna e un’altra selezione sui libri di metodologia di ricerca legata al paesaggio.

Uno dei progetti a cadenza più o meno regolare in libreria è legato a una serie di esposizioni di libri fotografici che si chiama Through the Book(s). Un’iniziativa nata a partire dall’esperienza fatta con la galleria Matèria, di Niccolò Fano durante la preparazione della mostra di Fabio Barile. Avevo voglia di trovare una maniera per farmi raccontare in modo più approfondito ma anche un po’ più disimpegnato il suo progetto attraverso dei libri. Cercando di creare una corrispondenza tra ciò che si può vedere solo in galleria e qualcosa che può raccontarlo. Insomma cerco di fare della libreria un centro di collaborazioni. Sono convinta della necessità di fare rete con altri colleghi.

In questo periodo, in cui stiamo ripensando molte modalità di relazione con chi frequentava la libreria, Through the Book(s) è diventato uno spazio virtuale, dove, con i miei collaboratori, i pazientissimi e bravissimi Greta Boldorini e Stefano Notargiacomo, proponiamo sulla pagina eventi del nostro sito delle selezioni tematiche e degli approfondimenti attraverso i social network. Il primo non-evento è stata una collaborazione con la casa editrice Eleuthera con una selezione di libri dedicata al pensiero libertario e che trae ispirazione da un volume presentato in libreria, Lezioni di Anarchia, a riprova del fatto che ogni tanto per nutrire la nostra passione per la fotografia e i libri fotografici bisogna rivolgere il nostro sguardo verso i temi più vari e anche verso forme di fruizione del libro che un po’ tendiamo a dimenticare, come quelle della lettura! Stiamo progettando un blog che permetta un ulteriore ampliamento di questi temi e stiamo lavorando a questo proposito ad un progetto molto ambizioso con Benedetta Cestelli Guidi, dedicato all’influenza di Aby Warburg sulla cultura visiva contemporanea.

Come mai questo nome….?

Quando mi chiedono cosa sia un leporello spesso mi viene risposto anticipatamente: un coniglio, un leprotto? Il leporello è una forma di libro molto preciso, ovvero un libro a fisarmonica. Un termine tecnico, che viene utilizzato in ambito editoriale, soprattutto nei paesi di lingua tedesca e nella penisola italiana dopo il Don Giovanni di Mozart. Leporello è appunto un personaggio di Mozart, l’assistente che lo sbugiarda davanti a una delle sue amanti e proprio Mozart, per la messa in scena dell’opera voleva che nella famosa aria “Madamina il catalogo è questo”, Leporello dispiegasse un libretto a fisarmonica dove erano elencate tutte le amanti del Don Giovanni. Mi piace molto pensare che la parola Leporello lasci pensare ad alcuni a Mozart, ad altri a un leprotto, ad altri ancora ad una cosa molto tecnica, e invece per me a tutte e tre le cose insieme. Anche il nome esprime quella trasversalità che cerco di realizzare in questa libreria. Ho assecondato questo gioco di parole, questa tendenza delle persone a pensare al Leporello come a un coniglio. E così è il mio logo, e anche un po’ un portafortuna. Un logo per la precisione legato a sua volta a un gioco della mia infanzia che si basa sulle grandi potenzialità combinatorie di pochi pezzi tenuti insieme nella forma di un quadrato, il tangram.

Qual è la tua formazione?

Io non sono una fotografa. Con la fotografia ho iniziato ad avere a che fare dapprima da un punto di vista produttivo, poi, diciamo, critico-curatoriale. Ora non so come definire il mio rapporto con la fotografia: vivo a stretto contatto con la fotografia e con i fotografi. La mia laurea è in storia dell’arte. Ma lo studio della storia dell’arte mi stava stretto. La storia dell’arte passava attraverso i libri, attraverso la critica, attraverso le definizioni che qualcuno aveva già dato e non attraverso l’esperienza diretta. Quando, con altri colleghi di studio, durante un laboratorio a Tor Bella Monaca, ci siamo trovati con le mani in pasta, a lavorare in mezzo al gesso, ci siamo detti che l’arte era diversa da quella che leggevamo sui libri. Quell’esperienza mi ha fatto venire voglia di avvicinarmi a una dimensione pratica. La mia prima esperienza non è stata in ambito teorico, ma allestendo una mostra o facendo da assistente a degli artisti. Per me l’arte non è una cosa astratta, alta, lontana dall’esperienza.

Clienti

Com’è il rapporto con i lettori romani? Quali sono i clienti della libreria?

Non è facile avvicinare le persone alla libreria. Qui ci sono libri difficili e poco accessibili per quella che è la percezione di accessibilità che abbiamo in Italia. Sono libri che non costano meno di 30 euro, ma molti preferiscono andare a cena in un ristorante piuttosto che spendere gli stessi soldi per acquistare un libro.

C’è bisogno di una profonda educazione, c’è bisogno di creare una dimensione di familiarità con il libro, la lettura, l’acquisto.

Noi cerchiamo di far vivere la libreria con iniziative ed eventi. Il Pigneto, da un lato, non è il posto giusto per aprire uno spazio come questo, dall’altro lato sono felice di essere qui. Un po’ dappertutto si tende ad uniformare la proposta commerciale sul territorio. In centro c’è una banalizzazione di offerta legata ai turisti, invece nelle zone meno centrali si possono trovare negozi specializzati e attività come la mia.

Io sono riluttante alla dimensione collezionistica del libro che è parte di questo mercato che ci permette di sopravvivere. Il collezionista ha bisogno di essere coccolato in altri contesti. Qui abbiamo alcuni appassionati di arte insospettabili. Stranieri che scoprono Leporello e guardano tutto. La libreria è frequentata da graphic designer, fotografi e, devo dire con mia grande contentezza, sempre più studenti.

Negli ultimi mesi il nostro miglior cliente è stato un ragazzo cinese che studiava arte in Italia, comprava molti libri in libreria.

Forse dal punto di vista commerciale, essere una libreria che non è solo una libreria, essere un po’ libraia e un po’ gallerista, senza essere l’uno o l’altro a tempo pieno, mi penalizza. Non faccio quella promozione che sarebbe necessario fare affinché possano arrivare i clienti tipici di una galleria né quelli tipici di una libreria.

La libreria. I libri. Il librario

Come scegli i libri/editori che proponi?

Nella scelta dei libri a me non interessa il progetto artistico di per sé, ma come si incarna in un libro. Non si tratta di questioni tecniche, non cadrei in questo fraintendimento, ma è una questione di linguaggio più che di tecnica. Per me il libro ha un linguaggio proprio.

La ricerca dei libri può partire da diversi stimoli. Magari trovo un libro che mi interessa e faccio una ricerca sull’autore o sui temi che possono avere a che fare con quel tipo di lavoro. Per esempio, vedo il lavoro di un fotografo turco e faccio una ricerca sull’editoria turca. Oppure il graphic design in Olanda. Oppure la ricerca è sulle case editrici, nelle quali cerco di riconoscere una direzione artistica, una visione. A volte l’occasione di fare ricerche sui libri arriva dalla tecnica. Per esempio, la serigrafia è stata una scoperta che ho fatto attraverso ELSE, una casa editrice e laboratorio di serigrafia con cui, insieme a Taiyo Onorato e Nico Krebs abbiamo prodotto un’edizione di stampe serigrafiche, e che sono diventati grandi amici e compagni di avventure. Anche le fiere e i festival danno molti stimoli, come è stato con per Israel Ariño, fotografo spagnolo scoperto attraverso i suoi libri ad una fiera. Se pensi alla dimensione della cultura come un mare, c’è chi surfa sulle onde del mare e chi si tuffa e va nel suo fondo. Io sono una surfista, adoro passare da una cosa all’altra, creare collegamenti.

Il punto di vista del librario

Cosa pensi della crescita del numero dei libri auto-prodotti dai fotografi?

Quale libro auto-prodotto ti è piaciuto in particolar modo? E perché?

L’autoproduzione mi ha visto coinvolta tanto all’inizio, e mi piace citare Salvatore Santoro, fotografo con il quale diversi anni fa abbiamo lavorato con 3/3, per l’autoproduzione di un libro. Perché? Perché aveva urgenza di farlo in quel momento, per non scendere a compromessi con editori, perché l’editoria segue spesso soprattutto regole legate al mercato.

Siamo in un momento in cui il mercato è saturo e ogni editore ha una visione e programmazione propria. A volte l’autoproduzione vuol dire avere la libertà di seguire un proprio percorso, ma significa anche autogestione, autodistribuzione, automagazzino. Quando mi confronto con persone che intendono seguire la strada dell’autoproduzione li invito a considerare queste difficoltà. A volte però è l’unica maniera per fare un libro, soprattutto un libro d’artista. Per esempio Emilie Lauwerce, ha fatto un libro che era improponibile per un editore, ma lei lo sentiva così vicino da autoprodurlo. Così da poterci lavorare tutto il tempo che voleva, secondo le corde che voleva toccare, rischiando la follia, ottenendo una produzione vicina alla cura che si può avere in un’opera d’arte o in un’opera di alto artigianato.

Ci sono poi editori illuminati, ma anche loro hanno un limite nella produzione. Sicuramente in questa libreria non abbiamo libri legati a grandi editori, anche per un fatto pratico, perché se qualcuno li vuole li trova più facilmente da altre parti. Quindi lavoro di più cercando libri meno facili da trovare, che spesso hanno a che fare con piccole casi editrici o autoproduzioni che spesso divengono piccole case editrici.

Che difficoltà affronta sul mercato una libreria indipendente?

Ho difficolta con la parola indipendente nell’editoria e nella libreria. Perché non siamo indipendenti praticamente da nessun punto di vista. È un po’ di fumo negli occhi che ci mettiamo a vicenda.

L’unica cosa da cui sono indipendente sono i grandi distributori in Italia, come Messaggerie, con cui ho deciso di non lavorare perché voglio fare delle scelte molto personali. E perché credo che, se vogliamo trovare uno spazio in questo mondo, dobbiamo avere una voce molto definita.

Io dipendo dalle persone che acquistano da me, dalle leggi dello Stato che mi vincolano in un certo modo, dipendo dalle leggi di mercato tanto quanto gli altri.

Indipendente mi sembra una parola ambigua. Preferisco parlare di piccole librerie, piccole case editrici. Nello stesso modo, preferisco parlare di curatore freelance o di libero professionista anziché curatore indipendente. Se posso scegliere, non userei la parola indipendente per quello che mi riguarda.

C’è un libro che è stato particolarmente significativo nella tua formazione?

Un libro importante in un certo momento del mio percorso è stato Ramya, un libro di Petra Stavast, disegnato da Hans Gremmen per l’editore Roma. Mette insieme tre elementi, una fotografa, un designer e una casa editrice, che io apprezzavo molto già singolarmente. La grammatica visiva di un libro non è sempre chiara. Nel libro di Petra Stavast si esprimeva al massimo livello.

Se chiudo gli occhi e penso a dei libri, ecco questo che ho mano di Emilie Lauwerce, che per me è molto importante. Ma un libro che mi ha tanto emozionato e di cui ho discusso con molti miei colleghi è Yuka and the Forest, libro molto bello di una fotografa olandese o belga che parla semplicemente della esperienza di una ragazza in una foresta in Giappone. Il libro mi piace molto per la sua semplicità.

Intervista a Chiara Capodici (libreria Leporello) del dicembre 2019 pubblicata a giugno 2020