Intervista a Matteo Di Castro di s.t. foto libreria galleria

Come è nata l’idea della libreria?

s.t. è nata nel 2007 per iniziativa di Leonardo Palmieri, Benedetta Cestelli Guidi e del sottoscritto. L’idea era quella di far convivere in un unico ambiente, senza cesure architettoniche, una libreria specializzata, un’area espositiva e un bistrot. Il locale, in Via degli Ombrellari, a Borgo Pio, originariamente era proprio un’osteria.

E come mai questo nome….?

S.t. sta per senza titolo, è l’abbreviazione utilizzata per catalogare i libri, i documenti e le opere privi di un titolo vero e proprio. Con questo nome volevamo rendere omaggio a un ambito della fotografia che abbiamo coltivato sin dall’inizio: quello degli archivi, della fotografia anonima e vernacolare. La nostra prima mostra, intitolata “Made in Italy before reality. Fotografie ritrovate del Belpaese”, era nata dall’acquisizione casuale di un archivio di fotografie sul mondo rurale. E questo interesse per le foto del passato e in particolare per le fotografie orfane, senza autore e senza titolo ho continuato a coltivarlo sino ad oggi.

Nel frattempo hai proseguito l’attività da solo?

Sì, il terzetto originario si è sciolto e io ho provato a proseguire il progetto con altri partner nella vecchia sede. Ma alla fine, nel 2014, ho lasciato il locale di Via degli Ombrellari.

E dove ti sei trasferito?

In realtà in quel momento ho pensato di continuare il mio lavoro senza uno spazio fisico aperto al pubblico. E dunque l’attività commerciale è proseguita prevalentemente online e con la presenza a fiere specializzate. Poi nel 2018 ho preso un nuovo locale su strada a Pigneto, in Via Bartolomeo d’Alviano. Che però è più uno studio, un luogo di lavoro, che un locale aperto al pubblico. E infatti non ho un orario di apertura certo: è sempre meglio contattarmi prima di passare, o prendere un appuntamento.

Quindi il passaggio su strada per te è poco rilevante?

Ci sono persone del quartiere che passano per caso, e questo naturalmente mi fa piacere: è sempre bello quando qualcuno scopre qualcosa che non conosceva. Però diciamo che la mia attività si regge soprattutto su clientela coltivata negli anni e in gran parte non di Roma.

Come si è evoluto il progetto di s.t. in questi anni?

Anche se io continuo a considerarmi innanzitutto un libraio, anche se i libri di fotografia restano la mia maggiore passione, in realtà ho finito per lavorare soprattutto sulla vendita delle stampe fotografiche.

Vuoi dire che la galleria ha funzionato meglio della libreria?

La parola galleria rimanda soprattutto all’attività espositiva, alle mostre, e in ambito fotografico (almeno in Italia) sembra coincidere con un’attenzione esclusiva al contemporaneo.

Nel tuo caso non è così?

Anche in questo senso c’è stata un’evoluzione. Nella vecchia sede c’era una programmazione regolare di eventi espositivi e un’alternanza tra progetti di artisti e fotografi giovani anche giovanissimi e mostre dedicate ad autori già consacrati. Da diversi anni io invece lavoro quasi esclusivamente sugli archivi fotografici, valorizzando e vendendo fotografie del passato, in particolare della seconda metà del secolo scorso.

Ma dove e come trovi queste fotografie del passato?

Vecchie foto di famiglia se ne trovano ancora tante: nei mercatini, su ebay. Poi il lavoro più impegnativo consiste nel selezionare e dare un senso nuovo a questo materiale.
Meno facile ma ancora oggi non impossibile è ritrovare stampe originali di archivi professionali dispersi. Anche queste, dopo la chiusura di un’attività (soprattutto editoriale), rischiano spesso di finire nei cassonetti dell’immondizia.

Ma tu hai anche fotografie di cinquant’anni fa di autori noti e ancora attivi?

Si, ho avuto la fortuna di conoscere e di esporre i lavori di maestre/i come Letizia Battaglia e Mario Carbone, e tuttora lavoro sugli archivi di altri fotografi, fra i quali Paola Agosti, Tano D’Amico, Fausto Giaccone, Gianni Melotti, Massimo Piersanti. In questi casi, oltre a valorizzare le stampe originali ancora conservate, realizziamo delle edizioni a partire dai negativi originali. Gli archivi dei fotografi e in particolare dei fotoreporter che lavoravano con continuità negli anni ’70 e ’80 comprendono decine se non centinaia di migliaia di scatti. Capita dunque di riscoprire delle immagini che a volte gli autori stessi avevano dimenticato o a suo tempo non apprezzato.

I libri comunque nel tuo locale direi che non mancano

No, non mancano, ma in questo caso si tratta soprattutto di libri usati, o libri da collezione veri e propri. Non ho più rapporti continuativi con editori e distributori e dunque le novità sugli scaffali sono poche. Alla fine forse, in questo senso, s.t. è una via di mezzo tra una biblioteca e una libreria. I libri sembrano sempre un po’ gli stessi, destinati a restare lì per sempre; ma ogni tanto poi qualcuno trova qualcosa che vale la pena portarsi a casa.
E questa dinamica si verifica ovviamente anche online: un vecchio libro di cui ormai ti eri dimenticato arriva il giorno che viene ordinato magari dall’Australia.

Com’è il rapporto con i lettori romani?

Non saprei fare una distinzione tra i lettori romani e quelli di altre città italiane o straniere. Diciamo però, in termini molto generali, che sicuramente Roma rivela a tutt’oggi una fragilità di sistema (rispetto ad altre metropoli) nel settore in cui si incrociano fotografia, arte contemporanea ed editoria. I lettori non mancano, ma mancano le occasioni per riconoscere questo tipo di pubblico in una dimensione per l’appunto cittadina. Mi riferisco in particolare all’assenza di fiere e festival specializzati.

Fuori da Roma a che fiere partecipi?

Partecipo a fiere di arte, di fotografia e di libri. In Italia la principale e fino a poco tempo fa unica fiere specializzata di fotografia è MIA Photo Fair, a Milano. Io di solito prendo uno stand nella sezione editoria, in cui però poi espongo soprattutto fotografie. In questo senso è un evento che mi rappresenta bene: sto vicino agli editori e ai librai, a cui mi sento più vicino, ma mi rivolgo anche ai collezionisti di arte e fotografia.

Cosa pensi della crescita del numero dei libri autoprodotti dai fotografi?

Il self-publishing è un fenomeno ormai consolidato, una modalità produttiva che a sua volta presenta mille varianti, spesso non alternative a quelle dell’editoria tradizionale, e dunque non credo possa essere giudicato in quanto tale.
Posso dire però che personalmente considero il libro il format più idoneo a sviluppare la vocazione della fotografia come linguaggio del contemporaneo. Io dunque quando sfoglio un nuovo libro, tanto più se pubblicato direttamente dall’autore, mi aspetto che il fotografo-editore parli questa lingua: la lingua della sperimentazione, della ricerca.
Negli ultimi venti anni la cultura del libro fotografico si è sviluppata parallelamente a quella del libro d’artista e della grafica editoriale di avanguardia, rendendo il nostro gusto via via più affinato e dunque alla ricerca di stimoli sempre più sofisticati. E’ chiaro che né il self-publishing, né gli editori veri e propri, possono sfornare solo opere rivoluzionarie. E tuttavia, ripeto, nella fanzine di un giovane fotografo mi aspetto di trovare un mondo, se non ancora uno sguardo, capace di sorprendermi.

Ma come si coltiva quella che tu chiami la lingua della sperimentazione?

Anche se la fotografia non è riproduzione né documentazione del reale, per me il compito del fotografo è aprire all’immagine un mondo che prima non era parte del nostro immaginario. E questo mondo non ancora messo a fuoco, ovviamente non va cercato per forza dall’altra parte del globo: può essere anche quello delle mattonelle del pavimento su cui cammini. Ma è importante allora, per restare a questo esempio, sapere se la mattonella è davvero una tua scoperta, o se al contrario stai rivisitando un immaginario già formato, consumato, di maniera. E dunque: per coltivare una vocazione sperimentale è necessario prima di tutto appassionarsi al lavoro di chi, prima di te, ha usato la macchina fotografica per ampliare, arricchire, il catalogo del visibile, la nostra cultura visiva.

E guardando dunque al passato, quali sono i fotografi e i libri che ti stanno più a cuore?

Da giovane ho amato soprattutto la fotografia americana: da Walker Evans a Diane Arbus, ma non potrei citare dei libri a me particolarmente cari di questi maestri. Mi piace invece ricordare un libro di found photography, di foto trovate, pubblicato a New York nel 2005, cioè proprio quando ho iniziato a occuparmi di fotografia in maniera professionale: Casa Susanna.
E pensando anche a qualcosa di italiano, un libro di cinquant’anni fa che mi fa piacere citare è Design Italia ’70 di Davide Mosconi. Quando l’ho avuto in mano la prima volta, l’autore non lo avevo mai neppure sentito nominare, ma sono stato conquistato proprio dal progetto editoriale.

A proposito di design, mi pare, dando anche un’occhiata al tuo sito, che non proponi solo libri fotografia.
Si, anche da questo punto di vista c’è stata un’evoluzione e ho cominciato a proporre anche libri e cataloghi di arte e soprattutto ephemera, cioè inviti e manifesti di mostre del passato. E naturalmente anche libri d’artista. La prima mostra nella nuova sede la ho dedicata ai libri di Elisa Abela, che non è una fotografa.

Oltre che sul tuo sito, dove possono seguirti i nostri lettori?

Ho un account di s.t. più o meno su tutti i social. Non sono sempre attivo, ma se ti va di lasciare i miei contatti, spero di incrociare presto qualche lettore di Panzoo.

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Intervista a Matteo Di Castro (s.t. Senza Titolo foto libreria galleria) dell’aprile 2020 e pubblicata a giugno 2020